(placeholder)

Sergio Zavattieri


Sergio Zavattieri parte da un testo del 1926 che si interroga sul rapporto conflittuale tra pittura e fotografia.  Con l’avvento della fotografia infatti, la pittura, finalmente emancipata dall’obbligo di dover rappresentare la realtà, ha conosciuto sviluppi del tutto inattesi: dal futurismo a Picasso, da Kandinskji all’action painting, da Bacon a Twombly, gli artisti si sono sentiti liberi di raccontare la propria versione dei fatti. Per diretta conseguenza, la fotografia si è quindi sentita investita della responsabilità/possibilità di raccontare la realtà: ciò che è inquadrato, ciò che una fotografia mostra, è reale.

Questa illusione (perché d’illusione si tratta) dura relativamente poco e, fin dall’epoca di Moholy-Nagy e Man Ray, la fotografia rivendica la sua libertà: è un mezzo d’espressione come ogni altra forma d’arte e, come tale, racconta una delle realtà possibili, del tutto soggettive ed arbitrarie.

Sergio Zavattieri si confronta da sempre con la fotografia delle origini, utilizzata come testimonianza, catalogo, racconto di tutte le forme del visibile e dell’esistente, e con la tecnica e la forma delle immagini d’epoca. Zavattieri conosce le tecniche, le regole intrinseche del gioco dell’immagine e le utilizza a suo piacimento: con un gesto di ribellione sotterraneo ed ironico, scardina queste regole per mettere in crisi lo spettatore e la visione. Tutte le immagini di Zavattieri ci pongono infatti di fronte al dubbio: ogni singola immagine è realistica, tecnicamente perfetta, assolutamente vera, esteticamente in linea con le immagini del 1926 a cui il titolo si riferisce e, allo stesso tempo, ogni cosa è artificiale, finta, una riproduzione.

In 1926 Zavattieri crea immagini rassicuranti, che rispondono perfettamente alla costante richiesta di bellezza (intesa come rispetto del canone) che proviene dallo spettatore il quale è paradossalmente costretto a domandarsi che cosa rappresentano queste immagini e da che epoca provengono. La perfezione formale e l’attenzione maniacale per il dettaglio tecnico consentono a Zavattieri di trasformare oggetti comuni, come le uova, o porzioni di edifici contemporanei in forme perfette, in documenti nostalgici emersi chissà come da un archivio dimenticato. Ma pur nel totale rispetto delle regole formali, Zavattieri rompe il patto con lo spettatore e crea un universo inesistente ma del tutto plausibile, la cui assoluta bellezza ipnotizza e ammalia: è quest’ambiguità a rendere destabilizzante e affascinante il suo lavoro, sempre sul filo sottile che separa l’omaggio all’arte delle origini dal divertissemnt. L’accuratezza della tecnica, la perfetta adesione alle regole formali di un’estetica del tutto codificata, l’utilizzo di una stampa tradizionale in bianco e nero diventano in Zavattieri armi insolite per confondere la visione: non immagini dichiaratamente false, non colori saturi ed artificiali, e nemmeno provocazioni come quella di “Ceci n’est pas une pipe”, che svelano immediatamente il processo artistico. In 1926 il rispetto della regola è l’arma attraverso cui si sovverte la regola stessa.

In un’epoca di democrazia digitale, in cui tutti sono in grado di creare immagini, l’artista si ribella e si affida alla forma, alla purezza estetica e al bello per raccontare, in un’illusione di verità, il suo punto di vista sull’arte contemporanea e sulla dittatura dell’immagine.