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Maurizio Cilli

GLI INDISTINTI CONFINI




dal 26|09|2014 al 25|10|2014


Gli indistinti confini

Argo coi i suoi cento occhi veglia perennemente sull’universo diurno e su quello onirico, nutrendo la sua esperienza del mondo di osservato e di immaginario finché una scintilla non fa deflagrare ogni cosa in nuove visioni, dotte e prolifiche. Gli è toccato in sorte di servire Giunone e di essere sacrificato alle sue insicurezze, e poi ricompensato avendo i suoi cento pori visivi posti a ornare il piumaggio dell’animale sacro alla dea, il pavone.

Nella serie Gli indistinti confini di Maurizio Cilli c’è un autoritratto, una testa irsuta, scultorea, sviluppata sul piano del foglio; un ritratto segnaletico, Giano plurifronte che guarda in se quanto guarda fuori di se. Il titolo è Argo, autoritratto. Unico autoritratto, anche se non unico Argo.

L’artista si mette all’opera di questa miscellanea di carte avendo recentemente  indagato la genesi di un luogo insieme storico e quotidiano del territorio piemontese: la dimora reale di caccia di Stupingi. Qui, procedendo secondo un metodo che gli è congeniale ha sviluppato una ricerca approfondita, accumulando testi, mappe, iconografia, costruendo un archivio stratificato, una concrezione di documenti, estrapolando poi attraverso un filtro intellettuale e intuitivo, dati, ragioni culturali, aneddoti, che hanno generato una “lettura” inedita eppure ineludibile del paesaggio culturale sintetizzato e tracciato da Juvarra nel ‘700 e oggi ancora possibile: Diorama Stupefacio.

Si potrebbe dire che la tecnica usata da Cilli sia la manipolazione. Come ricorda Derrida «Heidegger ripete sempre del pensiero che è un cammino, in cammino (Unterwegs); ma in cammino, camminando, il pensatore è incessantemente occupato da un pensiero della mano». Un cammino che a Stupinigi conduce l’artista a guardare dèi e ninfe che popolano le volte delle sale della Palazzina di Caccia, vicinissimi al rito venatorio che si compie nel parco; a osservare elementi decorativi, emblemi, che più che alludere alla corruzione della carne, della cacciagione e non solo, ne propongono una metamorfosi in entità dove il dato organico è reso meccanico. Un immaginario culturale che cammin facendo riporta Cilli a Ovidio e alle sue Metamorfosi, lette nell’edizione Einaudi del 1979 introdotta dal testo di Italo Calvino il cui titolo riceve omaggio da questo lavoro. Un titolo superbo che sintetizza nominandole solo le cose e il loro carattere eludendo, al tempo in cui la lascia intuire, l’azione. Un fluire continuo, «La compenetrazione dèi-uomini-natura» che «implica non un ordine gerarchico». Un’immanenza cosmica che serve, a beneficio della molteplicità vivente, le sue stesse storie, inanellate, a tratti ripetitive; che abbraccia i fenomeni naturali, così come il comportamento umano, fornendo l’eziologia dei primi e un monito per i secondi; che offre un insegnamento esperienziale anziché morale.

Con un cambiamento di stato entra in campo il talento compositivo di Maurizio Cilli, in cui il pensiero della mano lascia il posto della scrittura a un testo fatto di immagini che interpretano liberamente i miti, colti nell’atto della metamorfosi, dilatando alcuni passaggi, sintetizzando narrazioni, estetizzando la brutalità delle passioni e dei cambiamenti di materia imposti. Come in Ovidio, ogni cosa ha un suo posto, anche la violenza più turpe, il sentimento più autoritario, e le conseguenze sono, come le cause, parte di una stessa natura. La metamorfosi passa nel lavoro-mantice di Cilli alla trasformazione dei materiali che cerca, raccoglie, essicca, accumula, ritaglia, connette, aiutandosi con tocchi pittorici. Le Eliadi, Ciane, Coronide, Batto, Medusa, Sisifo, Cadmo e Armonia, Issione, Atteone, Mina, Flora prendono forma visibile, definiscono un universo piano di carte che eccezionalmente si espande allo spazio tridimensionale, quando la rappresentazione diviene oggetto: è il caso di Callisto, di Apollo e Dafne, di Diana. L’unicità di ogni singolo lavoro è unica anche per il suo condividere poco con gli altri della serie, pur costituendo un corpus la cui ragione è nel tema, e negli estratti culturali, più che nelle forme. Tuttavia appaiono famiglie di opere, che potremmo radunare tanto secondo il genere retorico che figurativo: dai lavori icastici a quelli simbolici o narrativi; dai rimandi fantascientifici, uno steampunk proiettato nell’antichità, ai collage surrealisti, alla classicità alle prese con l’incompiuto e con il lacerto pittorico. Ad accomunarle la natura di sculture minime, di una materia portata a nuova vita, come la storia di Argo che apre questo testo, spinta a nuove interpretazioni per svelare aspetti  della natura umana e del suo operato.

(Rebecca De Marchi)


Gli indistinti confini: appunti di un Collezionista.


Un pensiero che sottilmente giunge a noi, si annida tra i neuroni e prolifera lento verso la bellezza. La lentezza e il pensiero sono per me l’essenza dei lavori di Maurizio Cilli: avvicinarsi per cerchi concentrici a ciò che davvero ci importa di un luogo, e di un tempo. Attraverso i disegni, in primis, poi i libri, le fotografie, le camminate attraverso le città e i boschi, con i piedi nel fango e gli occhi sugli alberi. Ricerca dell’esprit du lieu come ricerca dell’esprit di ogni combinazione, in altri luoghi e altri tempi, e partire da una prospettiva per ricrearne una nuova, poi esportabile a ogni luogo ci tocchi esplorare, per destino o volontà. Avvicinarsi alle cose attraverso un formato che non è il loro, con la levità di un approccio storico e poetico insieme.

Arrivo ad ammirare quest’ultima serie di composizioni dopo aver amato i primi collages e disegni, ed essermi lasciato trasportare da sempre più profondi assemblaggi d'idee e visioni. Ne Gli indistinti confini, un’eco di Stupinigi rinasce.  Traspare da diversi punti, là dove danzano cervi ed elementi architettonici (un balletto di Balanchine?), il cui sfondo si sviluppa di foglio in foglio, verso una cartografia animale, vegetale e sentimentale.

I giardini prendono vita attraverso il diorama, la lente che dà l’illusione, con la luce, di un panorama reale; e poi ci sono le figure delle metamorfosi, acrobatiche, delicate celebrazioni dell"indistinto", ma tra i confini delle forme e del nero sul bianco.

Altri piaceri e meraviglie si schiudono, e questa serie di lavori appare uno dei vertici della lenta ricerca.


(Andrea Riccardo Filippi)