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da ‘Sono nato’ di Georges Perec



Sono nata a Desio, un paesino discretamente anonimo della Brianza. La nebbia la conosco bene perché qui, da ottobre a febbraio, inghiotte la poca campagna rimasta. Quando ero piccola, quella che con gli amici chiamiamo oggi ‘desioland’, è stata trafitta da un progetto voluto dalla municipalità: il Ministero delle Infrastrutture doveva abbuffarsi e così è comparso un fiume, senz’acqua, fatto di cemento, con tanto d’argini e pesci che sfrecciano a 200Km/h da non fare in tempo a pescarli.


Arianna è nata a Monza, non lontano dal mio fiume a sei corsie e dalla mia città. Abbiamo studiato arte e cercato entrambe nuovi lidi.


Dalla Brianza io sono scappata qualche anno fa; oltre alle aberrazioni con cui Provincia e Regione la stanno devastando (con ansia aspettiamo 'lo svincolo più grande d’Europa' ovvero l’inutile e danarosa Pedemontana) sentivo la mancanza di un fiume più vero, dove non si corre ma che scorre, e sono approdata a Torino. Arianna ha fondato un collettivo di ricerca e fotografia - Cesura Lab - che ha trovato casa a Pianello Val Tidone, vicino a Piacenza. Tutte e due lavoriamo guardando dalla finestra la stessa acqua, quella del Po, e nell’osservarla ci ricordiamo di una legge fisica, naturale, diversa da quella che insegna la vita di periferia: muoversi lunga la propria linea di minor resistenza.


Arianna non l’ho mai incontrata nelle mie terre, nonostante la passione per la fotografia e l’anagrafe, che sarebbe stata il presupposto di un’adolescenza condivisa. Ho conosciuto il suo lavoro solo lo scorso anno quando iniziai a riflettere attorno al tema del fiume affrontando le sue possibili declinazioni filosofiche, ambientali e sociali. E’ stato allora che mi è stato suggerito un link che riportava il titolo: ‘Po, the River’.


Nelle immagini di Arianna ho ritrovato il mio sguardo. Il suo progetto si è sviluppato percorrendo l’Italia in orizzontale, dal Piemonte al mare Adriatico, seguendo il flusso della corrente e lasciandosi trasportare da una dimensione mistica e malinconica dove edifici e persone scompaiono, divorate dalla nebbia della Bassa. Da qualche anno, e forse ancora per i prossimi, Arianna ha documentato l’inverno che sopravvive nelle campagne della pianura padana, lontano dal brulichio schizofrenico delle città. Qui ha scoperto un’atmosfera rarefatta nelle sembianze, ma densa nelle tracce che contiene. Tracce naturali che rammentano l’esistenza di un altro tempo vicino ai ricordi del maestro Ermanno Olmi; inverno dopo inverno, il progetto è continuato nel silenzio e nell’intimità di un viaggio contemplativo per albe e tramonti dagli stessi colori.


La fotografia è uno strumento per raccontare la storia o ‘una storia’.  Quella d’altri, di paesaggi umani e naturali, che a volte coincide con un brano di vita personale. A proposito di battaglie – individuali più che campali – un amico fotografo mi ha da poco indicato un libro contenente un capitolo che aiuta a spiegare lo spirito della ricerca di questo progetto. In ‘Una storia’ di Gipi due personaggi si salvano da un destino di morte grazie a un banalissimo banco di nebbia.


Uso le parole che mi ha regalato quell’amico – ‘magari non serve a vincere la battaglia, la nebbia, ma a salvarsi sì' - e aggiungo: magari non serve allontanarsi dal rumore per comprendere il silenzio, ma attraversarlo è un buon modo per ascoltarsi e ritrovarsi.


Roberta Pagani

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Arianna Arcara

Po. The River

a cura di Roberta Pagani


>> dal 23|01|2014 al 26|01|2014